La felicità formato Pizza

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Chi mi conosce lo sa. Quando c’è un set di pizze, ne faccio almeno 4. Non tanto perché sia necessario averne qualcuna in più nel caso che la lievitazione o cottura non venga bene. È piuttosto che io sono perdutamente innamorata della pizza per cui ne sforno almeno 4 in modo da mangiarne qualche fetta e rendere felice chi è sul set con me offrendola: la pizza è magica, crea sempre un’atmosfera di gioia e felicità intorno a se!

Io ne Amo tutto: amo fare la pasta, lasciarla lievitare, guardarla diventare gonfia, rielaborarla in palline e poi stenderla e lasciarla lievitare ancora. Adoro il profumo del pomodoro che si mescola con l’olio e l’origano, la mozzarella che si scioglie e crea i suoi bellissimi disegni nel sugo, adoro ammirare questi capolavori ognuno con la sua forma che non sarà mai più la stessa e con le sue bellissime perfette imperfezioni. E poi adoro rubarne fettine e riempirmici pancia, occhi  e cuore!

Se mi volete felice, datemi uno shooting di pizze! (Oggi sono stata molto felice ❤️)

 

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Ps: la faccia della gioia. Io che faccio foto della mia “bambolina” per postarla su Instagram.

Postazione di comando in fusione

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Sembra una base aerospaziale. Qualcosa che se la guardo così mi ricorda la Cristoforetti e non mi stupirei arrivasse con la sua tuta da Missione nello spazio.

E invece no, è dove i panini di McDonald’s prendono vita, una delle milioni di cucine dei ristoranti, organizzata in modo fantascientifico per far sì che tutto funzioni alla perfezione in tempo zero.

Come vorrei che fosse così anche per me, che tutto funzionasse alla perfezione in tempo zero. Mi fonde il Cervellone. Che non è il mio cervello di per sé, è quel magico qualcosa che mi fa tenere insieme tutti i pezzi delle giornate. Che sono tanti, troppi.

  • CHIAMA IL FRUTTIVENDOLO PER CHIEDERE SE C’è L’ASPARAGO DELL’ALPI DI SIUSI
  • CHIAMA IL REPARTO ITTICO DELLA METRO CHE MAGARI HANNO LA TRIGLIA DI SCOGLIO LISCIO, NON QUELLA DI SCOGLIO ACUMINATO CHE HA LA PELLE ROSA MA PIù ROSA SALMONE CHE ROSA TRIGLIA E A NOI SERVE PIù ROSA TRIGLIA CHE ROSA SALMONE
  • MANDA LA MAIL ALL’ACCOUNT PER FISSARE LE DATE DELLO SHOOTING
  • RIMANDA LA MAIL DOPO 2 ORE PREGANDO IN TURCO E CHIEDENDO PERDONO SUI CECI PERCHè HANNO SPOSTATO L’ALTRO SHOOTING E, CONSEGUENTEMENTE, COME UN TETRIS CAMBIANDO UN PEZZO NELL’AGENDA SONO VOLATE MILLE MALEDIZIONI PERCHè ADESSO NON TORNA PIù NULLA E FINIRA’ CHE DOVRO’ FARE LE SPESE PER IL SET AL CARREFOUR 24 ORE ALLE 3 DI NOTTE PER INCASTRARE TUTTE LE PRODUZIONI
  • MANDA I CONSUNTIVI. PECCATO AVER MISCHIATO GLI SCONTRINI, AVERLI PRESI PER SCRIVERE IL NUMERO DELL’IDRAULICO E ORA NON TROVARNE PIù ALMENO 3 E DOVERLI CERCARE DISPERATAMENTE IN TUTTE LE BORSE E IN TUTTI GLI ANFRATTI POLVEROSI DI CASA SAPENDO CHE NON LI TROVERò MAI.
  • RICHIAMA IL FRUTTIVENDOLO E FAGLI CAPIRE CHE LE CIPOLLE DEVONO AVERE DELLE RADICI LUNGHE 10 CM. “SCUSI NON HA WHATSAPP CHE LE MANDO UN VIDEO DI REFERENCE? AH, NON HA NEMMENO LA MAIL. HO CAPITO. LE MANDO UN VHS IN PELLICOLA CHE MAGARI COSì CE LA FACCIAMO”
  • TELEFONA AL FOTOGRAFO CHE VUOLE FARE UN PPM PER GLI SCATTI DI TORTE, PERCHè DEVONO ESSERE BELLE MA NON FINTE. CIOè GENUINE MA REGOLARI. NON QUELLE DI GESSO CHE VEDI NELLE PUBBLICITà CHE SEMBRANO DI GESSO E NON CI PIACCIONO MA LA FETTA DEVE AVERE UNA ALTEZZA DI ESATTAMENTE 3 CM CON UNO SPESSORE DI 5 PER UNA LUNGHEZZA DI 7 CON 3 STRATI DI MELE DI 4 MILLIMETRI PER UN TOTALE DI 8 FETTINE DI MELE NON OLTRE CHE SE NO SONO TROPPE MELE.  MA MI RACCOMANDO, NATURALE EH, NON COSTRUITA.
  • CERCA IN RETE DOVE NOLEGGIARE IL FORNO AL FOTOGRAFO. PERCHè L’AGENTE NON SA DOVE. E LE TORTE NON SI CUOCIONO IN FRIGORIFERO.
  • SCRIVI LE RICETTE DELLE FOTO SCATTATE DUE MESI FA CHE NON TI RICORDI NEMMENO CHE DUE MESI FA HAI SCATTATO LE FOTO. FIGURIAMOCI LE RICETTE!
  • VAI A PORTARE LA MACCHINA A FAR CAMBIARE LE GOMME. CHE ALLA REVISIONE A MOMENTI TI STRACCIANO IL LIBRETTO E TI SEQUESTRANO IL MEZZO. E POI COME FAI AD ANDARE SUL SET CON QUEI 12 POLLI PER LO SHOOTING DI ELETTRODOMESTICI? SUL TRAM NON TI CI FANNO SALIRE CON 12 POLLI IN UN TROLLEY!
  • MANDA UNA MAIL ALLA POLACCA, CHE NON TI PAGA DA UN ANNO. E DA UN ANNO LA RINCORRI CON LA TUA FATTURA COME HAI RINCORSO SOLO I TAKE THAT DA RAGAZZINA PER FARTI FOTOGRAFARE UNA MUTANDA. MANDA LA CENTOMILLESIMA MAIL E SPERA CHE SIA L’ULTIMA E CHE NON TI CHIEDANO, OLTRE TUTTA LA DOCUMENTAZIONE GIà INVIATA, ANCHE IL 730 DEL FU ORMAI ZIO. PERCHè MANCA SOLO QUEL DOCUMENTO PER PAGARTI, TUTTI GLI ALTRI LI HAI GIA’ DOVUTI INOLTRARE (POI PER DIMOSTRARE COSA? SIETE VOI CHE MI DOVETE PAGARE, NON VI HO CHIESTO UN MUTUO!)

Questo è il riassunto di una mattina di fine luglio. Di due ore di una mattina di fine luglio.

Si, decisamente mi sta fondendo il cervellone. E decisamente, nonostante il punto di fusione sia vicino, amo questo lavoro.

Di frigoriferi troppi pieni.

imageIo sono 10 anni che ci combatto. 10 anni di me spalmata contro la porta del frigo cercando di farla chiudere. 10 anni che da quella maledetta fessura esce luce, che vuol dire che dannazione qualcosa dentro spinge e il frigo resta aperto con mie grandi imprecazioni del caso.

In inverno va meglio: ho un secondo frigo. Il baule della macchina. Ma anche l’abitacolo della macchina all’evenienza va bene. Solo che abbandono le spese per intere notti e la mattina mi ritrovo odore prepotente di cavoli. O porri. O pane stantio. O meloni. In base ai lavori e alle necessità ma quasi sempre odori da esorcismo a colazione.

L’altra sera mi sono trascinata sulle ginocchia in orario chiusura di Esselunga, ma non avrei saputo come fare altrimenti. A parte che se per caso manco un giorno ormai si preoccupano e manca poco mi telefonino a casa a chiedermi se io stia bene dato che ci vado di media due volte al dì, mattina e sera tappa fissa. Sto per ottenere anche un armadietto personale con sopra il mio nome nel retro per depositare effetti personali e fare la spesa con più agio.

Mi muovo come un pachiderma con un carrello strabordante di spesa di lavoro e la mia attenzione viene catturata mentre scelgo un gelato consolatorio post shooting e post unto.

“Ma non ce l’hanno la pollo-pizza?” dice  una voce maschile. “Ma cos’è?” Ribatte la donna. “È una pizza che invece che pasta di pizza, come base, ha pollo fritto”. “Prova ad andare da Bubo, vedrai che la trovi” risponde la voce femminile.

Il dialogo mi fa voltare per la curiosità di vedere le facce dei protagonisti di questa discussione.

Riconosco lei, giro la testa e vedo lui. Caccolo.

Sono passati almeno 20 anni. Era un bimbo magrissssimo, bruttarello, con i capelli corvini e un neo sulla guancia. E io la sua 18enne baby sitter.

La madre, nonostante fosse casalinga, mi chiamava per andare a curarglielo. Io lo facevo giocare, lei per ore fumava in cucina mentre telefonava alle amiche. Per cena tirava fuori un uovo Kinder, glielo dava, poi gli scaldava gnocchi comprati precotti e pretendeva lui li mangiasse dopo il cioccolato. Caccolo ovviamente non ci pensava manco per sogno, si divorava il cioccolato e arrivederci cena!

Di cioccolato deve averne mangiato un po’ troppo in questi 18 anni, ma non solo quello. Anche salsicce e ciambelle a vederne la stazza, era uno scricciolo e oggi è un bue. Un bue che cerca pollo fritto con sopra pomodoro mozzarella e magari del salame piccante nei surgelati dell’Esselunga. Dovrebbe cercare dove sono i filetti di platessa al vapore, Cielo!

Il suo frigorifero, come il mio, è stato decisamente troppo pieno in questi ultimi due decenni.

La differenza è che nel mio frigo, di mio, c’è solo una vaschetta di prosciutto cotto quando va bene, il resto è per gli shooting.

Oggi sono su un set per un famoso cliente di fast food. In pausa pranzo forzata per apertura del punto vendita alla clientela vedo entrare un ragazzo di spalle. E da come tiene lo zaino, capisco che è un ex fidanzatino di 18 anni or sono. Non lo vedevo da allora. Anche il suo, di frigo, ha avuto troppo ben di Dio al suo interno penso tra me e me. Non che ci sia nulla di male, ma oggi per una volta benedico di non avere mai spazio nel frigo e così tenermi lontana da tentazioni mangerelle.

Ps: caccolo era così chiamato perché a 5 anni non usava il wc. Faceva la cacca nel vasino in sala sul tappeto persiano della ricchissima e annoiatissima mamma.

Spero che nel mentre abbia imparato che esistono migliori maniere. Quanto al cibo precotto, invece, non è cambiato granché da allora.

 

Un mondo a forma di parmigiana

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7 anni fa pubblicavo questa mia illustrazione su un sito americano che si chiama theydrawandcook.com.

Già allora ero una parmigiana addicted. In realtà lo sono sempre stata.

Sono nata in agosto e, da piccola, mia mamma mi chiedeva sempre per il compleanno cosa volessi mangiare. La risposta era già scontata: parmigiana di melanzane.

Si mettevano lei e mia nonna a friggere per un intero pomeriggio con una pazienza titanica che capisco a fondo solamente ora che sono adulta e che sono io quella che frigge fetta dopo fetta per due ore di seguito.

Ad oggi resta il mio piatto preferito, quello che potrebbe consolarmi da qualsiasi macumba, qualsiasi giornata di peste nera sui set, qualsiasi unta e folle peripezia, qualsiasi richiesta lavorativa impossibile da accontentare, qualsiasi giornata torrida che mi fa appassire la rucola in tempo zero e mi fa afflosciare la panna finta!

Datemi un mondo fatto a forma di parmigiana. E io sarò felice.

 

Mai sottovalutare una giornata di fritto.

mai sottovalutare il fritto

 

Oggi sono su un set da battaglia. Nel senso che è sempre una lotta tra me, le ricette che spesso non vengono, i props che fino a poco fa non erano mai quelli giusti, le troppe pentole e il solito immancabile unto dilagante.

Sapendolo stamani in fila: mi lego i capelli con la prima cosa che trovo sembrando più una sopravvissuta ad un ammaraggio che ad altro, mi infilo un informe pantalone color cecio, una canotta slavata azzurro indaco, ciabattina e zero trucco.

In definitiva sembro una sonnambula in pigiama che si aggira per strada.

Tanto devo friggere, mi dico. Inutile sistemare e lavare i capelli e metterli in piega. Tanto devo friggere. Inutile mettermi qualcosa di decente addosso che poi magari mi si rovina. Tanto devo friggere. Inutile truccarmi che mi cola il mascara fino nelle mutande dal caldo. Tanto devo friggere. Mettiamo una qualsiasi scarpa bassa che starò ore in piedi. E poi, tanto devo friggere.

Non c’è cliente, siamo solo la fotografa ed io e lei non si scandalizza, mi ha vista in tutti i modi possibili attraverso crisi personali epiche e pianti a dirotto. Incredibilmente mi vuole lo stesso bene e nulla le frega della mia mise.

Bene.

Mi scrive che è in ritardo e io sono in anticipo: vado a fare colazione in quel delizioso baretto sotto le piante dove hanno quelle buonissime brioches.

Mi siedo e una voce mi parla: “ciao, cosa posso portarti?”.

Alzo la testa.

Due incredibili occhi verdi da folletto mi guardano, due arcate di denti scintillanti si spalancano in un sorriso e un ricciolo di capelli scuri viene scostato leggermente dalla fronte. Metto a fuoco l’immagine complessiva e vedo che il ragazzo del bar è di una bellezza imbarazzante.

In una frazione di secondo mi ricordo di essere la controfigura di Kate Winslet nella scena del Titanic. Ah no, lei almeno aveva dei vestiti bellissimi, leggermente fradici ma bellissimi. In quanto a grado di umido, siamo lì: la canicola milanese fa sudare a livelli indecorosi a dir poco.

E il mio interlocutore è fighissimo. Merda.

Tiro fuori il migliore dei miei sorrisi, consapevole di essere in condizioni disastrose, e gli rispondo con tono di chi fa finta che vada tutto benissimo quando in realtà vorrebbe scappare da Enzo e Carla a farsi dare una sistemata e tornare dopo un’ora.

“Un caffè macchiato e una parigina all’albicocca per favore”.

Maledetta me e alle mi idee del cavolo ❤

 

ParmigianaOFF – Le assurdità possono aspettare fino domani

parmigianaooff

Oggi sono Off. Chiusa per riossigenare il cervello. O almeno ci provo e mi costringo al non rispondere alle telefonate di lavoro se non proprio urgenti.

E una che fa la libera professionista, avrà anche il diritto di decidere ogni tanto quando non dare spazio alle solite richieste assurde?

“Dobbiamo scattare il tartufo nero. 100 gr di tartufo. Ma non abbiamo budget per comprarlo. Vedi tu come fare”. Lo ruberò. Che ti devo dire?!

“Dobbiamo girare lo spot in 360. Non sappiamo quando la scena verrà bene essendo un long video. Per cui la ripeteremo all’infinito. Ah, mi raccomando, il pane sempre nello stesso punto di lievitazione per tutto il giorno”.  Sì, mi chiamo Silvan di cognome, non lo sapevate?

“Dobbiamo fare le foto di Natale. Servono i Panettoni Glassati, i Torroni e le mele candite. Oltre che i cioccolatini a forma di Babbo Natale”. Chiedete a Gesù Bambino che li porti.

“Scattiamo il Pollo orientale. Ma mi raccomando: non deve essere un pollo normale. Deve essere un Pollo Orientale, deve essere chiaro che non sia un classico pollo”. Io gli metterei un cartellino: non sono il classico pollo. Sono un pollo allevato in Thailandia e guai a definirmi il classico pollo che mi offendo e per dispetto faccio la cacca durante le riprese.

Cose così.
Cose che oggi possono aspettare.

PS: Io, anche se sono “off”, mi tengo vicino un salvagente che non si sa mai. La sfiga (e le richieste assurde), sono sempre in agguato.

Involtini al sugo a colazione

involtini

La giornata è iniziata alle 8. Apro un occhio, apro il secondo occhio, mi metto in piedi, vado verso la cucina, apro il frigo, tiro fuori le buste e comincio ad avvoltolare: uva passa, mortadella, basilico, fettine di vitello, stuzzichino e via nel sugo.

Prima del caffè. Prima del latte. Prima dei biscotti. Prima che qualsiasi cosa possa farmi fare pace con la sveglia, prima che io prenda realmente conoscenza e che mi affacci al mondo. E mentre la salsa bolle creando la sua magia, ecco la vera parte in salita ripida della mattina: le scartoffie da portare al commercialista. Dio, se le odio.

Mi metto ogni volta la tuta dei Ris di Parma e passo la casa da cima a fondo come un agente che deve trovare il dna dell’assassino. Qui però di reati non c’è traccia, se ci sono delle macchie rosse a terra sono solo quelle della pummarola che schizza impazzita mentre setaccio ogni cm alla ricerca di fatture, bollette, pezze di ogni tipo e sorta ficcate in ogni dove. Armadi, mobiletti, sacchetti abbandonati nel ripostiglio, quaderni di veterinaria, libri di anestesiologia o ricettari di Donna Hay. Sono riuscita a scovare ricevute anche nella scarpiera, nelle camicie delle grandi occasioni e nell’armadietto del bagno (e non erano ricevute di medicinali, erano fatture di Esselunga per l’acquisto di salcicce per una campagna stampa di uno spiedino). Cosa ci facesse sta ricevuta in mezzo alle mie creme da corpo lo può sapere solo qualche indovino che risponde on line. Io non ne ho idea ma soprattutto non voglio nemmeno saperlo.

Dopo un’accurata ispezione a base anche di Luminol prendo il maldestro plico, mi metto un sorriso e un rossetto e vado da Luca.

Il commercialista resta per chiunque un’affare detestabile. Ogni volta che dico che ero dal commercialista, mi viene detto “mi dispiace” con tono di condoglianze. Come se fosse una disgrazia mortale.

E dire che io Luca lo adoro, ogni volta ci facciamo risate a non finire; anche se le tasse di luglio vanno sempre assorbite insieme a una damigiana di Tavernello, fossero anche le 10 del mattino. Dopo ore di calcoli, cervello in fumo, prospettive di fatturati, spese, sottrai, togli inps, irpef, aliquote, altre tasse a me sconosciute e anche il budget che avevo stanziato per comprare le mutande in stock, mi ritrovo a correre in posta sperando che l’avviso non sia relativo ad una multa, perchè per pagare pure quella dovrei mandare i gatti al circo a lavorare come giocolieri.

Entro e lo scenario è assurdo: un ragazzo in piedi davanti al banco. 20 persone accaldate che attendono. Un impiegato che urla come un forsennato che il pacco non può consegnarglielo mentre il ragazzo si anima alzando i toni. Intorno la gente in coda comincia a schierarsi: chi dalla parte della Posta e chi dalla parte del cittadino. Sembra una bisca clandestina con schiamazzi tra gli spettatori, scommesse e i duellanti che man mano passano i minuti urlano sempre più. Manca solo un venditore di hot dog e una squinzia in tanga con cartelloni pubblicitari.  Il ragazzo viene richiamato sul retro e si sentono grida talmente forti che mi domando se non sia il caso di chiamare la polizia.

Mi guardo intorno e la signora di fianco a me comincia a raccontarmi la storia di questo poveretto manco fosse la trama di Beautiful. L’impiegata nel mentre continua a digrignare i denti chiamando i numeri così furiosamente che la gente è quasi intimorita nell’avvicinarsi perchè sa che qualsiasi cosa farà o dirà, anche solo se avrà un cognome con troppe consonanti, andrà incontro all’ira funesta della donna armata di timbro e canino avvelenato.

Arriva il mio turno: sfodero un gentilissimo “buongiorno” sperando di rabbonirla. Legge il cognome “ma tu hai un fratello che è andato a scuola dalle suore?” “In realtà ne ho tre che sono andati lì”. La signora archivia il canino per mostrare tutta l’arcata che si apre in un ampio sorriso compiaciuto. E inizia a raccontarmi di Suor Ivana, SuorQuesta e SuorQuella tutta felice. Avere dei fratelli, e un ottimo commercialista, spesso aiuta anche in momenti funesti.

(La coda in posta è comunque durata un’ora. Per poi ritirare una certificazione di ritenuta d’acconto totalmente inutile che avevo già ricevuto via email)

Il viola porta sfiga. E chissenefrega.

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Oggi sono andata ad un PPM, che sembra chissà cosa ma in realtà è solo una riunione pre shooting. Sembrava che dovessi andare ad un incontro della Nato data la pressione affinchè io garantissi la mia presenza.

Mi sono detta “ok, devi andare presentabile, non nelle tue solite mise cialtrone da fritto”. Per cui, essendo una riunione che per qualche verso anche mi destava preoccupazioni, ho deciso di mettere una gonna pantalone che per me è un talismano.

L’ho comprata due settimane fa in Puglia da Aysha, bellissima senegalese che mi ha stregata (e ladrata) con due parole ben assestate: guarda che bella, stai su con le spalle, con il tuo fisico lo porti a vita alta con i tacchi e vai a Milano a farti guardare da tutti. Fottuta e 35 euro volatilizzati in 2 secondi dal mio portafogli.

Aysha mi ha mostrato in una manciata di parole come si fa a fare la commerciante. Un’occhiata velocissima alla cliente per studiarne in tempo 5 secondi la psicologia, qualche frase ben piazzata sui suoi punti deboli, un po’ di psicoterapia da spiaggia sul lettino (abbronzante) e quell’aria del “non mi interessa se non lo compri tu tanto la sciura del lettino di fianco l’ha già addocchiata”. Oltre a un paio di consigli sentimentali. Fregata, stesa dritta e con capo acquistato in tempo zero.

Reputo in qualche modo magica questa gonna pantalone di seta indiana comprata dalla favolosa senegalese, per cui stamani, dato che avevo bisogno di un po’ di BuonaStella a mio favore, ho deciso di indossarla.

In barba a quello che dicono nel mondo dello spettacolo: il viola porta male.

E chissenefrega.

Bella sgargiantissima vado leggera sui miei sandali alla riunione, acconciando capelli e sistemando trucco. Mi immaginavo riflessa in una sala riunioni con tavolo di cristallo e vetri a 360 gradi, a rimirare Milano da un piano altissimo.

Questo era quello che sembrava promettere il tono dell’interlocutore durante la nostra conversazione telefonica.

Ecco invece la realtà: sono finita in un seminterrato in un’agenzia che più incasinata ho visto solo la mia camera dopo una settimana di shooting che finiscono a notte fonda. Oggetti vari sparsi in ogni dove, scrivanie non ben definite e gente sparpagliata qui e là senza nessun ordine logico.

Il mio povero trucco dopo 5 minuti di sotterraneo con ventoline che cercano di alleviare il caldo di luglio mi ha abbandonata; l’acconciatura invece l’ho abbandonata io legando selvaggiamente i capelli dopo essermi resa conto che un caldo del genere l’ho patito solo a Tikal in Messico alle 2 del pomeriggio.

Fogli su fogli, parole su parole, ricette sconclusionate da definirsi e due ore di sproloquio che alla fine mi hanno fatta uscire ancora più confusa di quanto non lo fossi entrando. Di una cosa sono certa: per dare un senso a queste 23 pagine di documento per lo shooting avrò bisogno di ben altro che una gonna portafortuna. Avrò bisogno di una generosa dose di culo e una grande pazienza.

Il CousCous e lo shooting della Zia Isterica

Faceva un caldo da sciogliersi in quel malefico antro che si ostinano a chiamare cucina. Forse all’inferno le cucine sono fatte così, non saprei; quello che so è che secondo me non si merita questo titolo.

Lo shooting questo giro era con un simpaticissimo regista inglese che amichevolmente chiamavamo la ZiaIsterica, non per l’orientamento sessuale, di cui nulla ci può ovviamente importare, quanto per la tendenza ad attacchi di irascibilità e collera compulsivi.

Io l’inglese lo mastico e mangiucchio, è un po’ arrugginito ma me la cavo la maggior parte delle volte. Eppure, capire la ZiaIsterica è davvero una faccenda complessa. Un po’ perchè ha un accento strettissimo londinese, un po’ perchè parla alla velocità della luce con tono stizzoso, un po’ perchè tira imprecazioni tutto il tempo.

Sta di fatto che ho capito solo ripetere all’infinito in una frase “this fucking…. this fucking… fuck, fuck fucking non so che ” e via dicendo guardandoci con odio misto a incredulità nel vedere che nessuno rispondeva ai suoi anatemi. Te credo, nessuno riusciva a capirlo, manco con la Stele di Rosetta ce l’avremmo fatta.

Amabile, davvero amabile uomo.

I prodotti da girare erano algerini, e non capisco perchè dei cannelloni si ostinassero a chiamarli lasagne: un momento, gli italiani siamo noi. Una cosa arrotolata con una farcia di formaggio e verdura è un cannellone, SantaPace! La lasagna è a strati!

Ma pazienza, pagate voi quindi io non sto a questionare, se vi piace chiamarli lasagne, vada per lasagne; possiamo chiamarli anche mozzarelle in carrozza eh, a me va bene lo stesso.

Nei tre giorni di isteria associata al caldo infernale il CousCous ha spadroneggiato alla grande, riempiendoci in ogni dove di simpatici granelli che a fine giornata mi ritrovavo persino nelle mutande data la mole di semola preparata per lo shooting.

Ma la soddisfazione migliore è stata imparare dalla cliente come si cuocia realmente sto benedetto couscous: ok, sbagliavo tutto con il risultato che il mio couscous assomigliava più ad una polenta che ad altro la maggior parte delle volte.

CousCous, ora nun te temo più!

 

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